Il sudore č un facile abbandono, una parte di noi che ci abbandona, l’ultima forse.
Dove portano i segni letti su di me alla mia nascita e mai decifrati?
Sono rugginose trappole e seducenti armi nella tua distesa immensa e sconosciuta.
Tu da serraglio e da guerra primeggi ancora sulle scellerate cacce notturne?
Io il sudore lo conservo gelato per gli anni di siccitā e anfibio smuovo dell’acqua l’incessante carezza, amo il gentile abbeverarsi del puledro.
A sera fondo per gioco il volo dell’airone in nuvole scarlatte, in piume solitarie.
E’ schifo il capriccio, l’enigma di corpi da finire, audaci di ribrezzo e di gioia, agli angoli perfetti di ogni membra.
Dimmi quanta perfezione č un uomo, il cui sangue vedi prosciugare in ogni sua parte e taci.
Osservo, emulo di ogni nuditā, corpi svelati, coetanei che furono parole e mi trattengono, giovani murati nelle impronte alla selva a cui non approderanno mai.
Onore a quelle larve e agli interminabili guerrieri, pochi ed estremi invece gli eroi che ci fu dato di vedere.
Io dissi un tempo: “Rallenta il piede di bronzo, il tuo incedere č perfetto ma il colore č di guerra”.
Hai scelto e la scelta ha la perfezione struggente che maledice la bocca finora baciata.
Osservo il tuo andaluso da guerra, che fu mio dono, e come ruggisce, come divora la lotta e questo mi fa tremare.
Le cacce sono un caos di fiori maledetti, che ti abbelliscono di vittorie ma poi trafiggono e l’ultima goccia di sperma non salverā dall’estinzione la belva prescelta.
Prendi la migliore, tu che hai vinto, farai di quella un giaciglio atroce, il mio canto allora scioglierā le porte e le mura incustodite di una cittā di foglie.
Lā č uno dei miei re o quello che resta della sua ombra, il mio figlio prediletto, colui che non vede l’orrore del mio naufragio, quello in bilico sull’orlo della vasca, non proprio nudo, non proprio intatto, non proprio di cartone, l’unico seme senza terra, che va consultando le finestre sigillate dei muri di famiglia; di gran razza, allevato con ogni polline e con rapidi colori imbellettato, di madre in madre forza gli oroscopi per tessersi gemello un bozzolo di metamorfosi precoce.
Quel vento scultore di sale, schiavo sempre in fuga, innamora i corpi dei miei figli, aborti della gloria, da troppo avvezzi alla gloria che in loro č un dardo rigido e morboso.
Ecco il pover’uomo in foglie surrogate di tabacco, vedo uscire dalla sua ombra pellegrina una foglia, inseguirla non č dell’uomo, ma di rara farfalla crocifissa cautamente al cuore; e nell’abominio dell’essere normale anche tu eri farfalla, nuvola estrema, amante invertebrato del mio specchio.

Gabriele Mastini